IL "MIXING ENGINEER ALL' ITALIANA"


Negli anni tra il 2000 ed il 2010, quando risiedevo a Londra, ho svolto una intensa attività lavorativa come mixing engineer per conto di diverse etichette discografiche così come di artisti indipendenti. Allo stesso tempo ho avuto l'opportunità di imparare ed apprendere l'arte del mixaggio (o mixing) da professionisti di vario calibro. Mi è capitato di mixare in situazioni completamente diverse, a volte su banchi analogici come gli SSL al Metropolis e allo Sphere Studio, a volte completamente "In The Box", pratica che avevo già abbondantemente sviluppato su piattaforma Logic Audio quando avevo prodotto l'ultimo album della mia ex band e che ho poi trasportato su Pro Tools da quando nel 2004 ho cominciato a lavorare presso gli Sphere Studios.

In quegli ambienti ho imparato tutto ciò che c'era da imparare da un punto di vista tecnico, ma soprattutto ho capito chi è il mixing engineer e qual è il suo ruolo preciso all'interno della produzione musicale. C'è sempre stato un alone di mistero attorno all'arte del mixing, quasi come se essa fosse prerogativa di pochi eletti che nascondono gelosamente formule magiche tramandate oralmente con le quali danno vita ai "perfetti" mix che poi si ascoltano su dischi più meno di successo. Nulla di tutto ciò è vero, ovviamente.

La mia esperienza italiana in questo campo è ancora relativamente ridotta, visto che quasi tutti i lavori per clienti italiani li ho fatti a Londra, ma ho potuto notare una certa differenza tra l'industria anglosassone e quella nostrana, in primis nell'approccio tecnico al mix stesso e poi riguardo al rapporto col cliente. La prima questione è unicamente imputabile al mixing engineer mentre la seconda al cliente. Nel caso dell'industria anglosassone, in qualsiasi situazione professionale il cliente (normalmente il produttore) non è mai presente nella fase di mixing a meno che non sia stato egli stesso incaricato di mixare l'album prodotto, cosa estremamente rara. Il mixing engineer lavora in solitudine e porta a termine i mix per il cliente che li accetta senza possibili (o quasi) alternative. Se i mix non piacciono normalmente vengono commissionati ad un altro engineer, ma questo accade davvero raramente. Ciò che il non professionista spesso non comprende è il fatto che il ruolo del mixing engineer è paragonabile a quello di un pittore ritrattista: egli non potrà (e non gli viene nemmeno chiesto di farlo!) dipingere l'esatta copia del soggetto da ritrarre ma produrrà una sua personale interpretazione usando tecnica e colori che più gli aggradano. Il risultato sarà poi quello che sarà, ma sarà accettato dal committente (e pagato). La stessa cosa accade nel mixing, motivo per cui il produttore professionista si affida al mixing engineer prescelto, consapevole del fatto che il mix finale non potrà MAI essere uguale all'idea mentale che egli può avere e che proprio per questo il mixing engineer è un enorme valore aggiunto nel percorso della produzione musicale: spesso infatti il mixing engineer può "creare" dei mix che danno un colore nuovo ed inaspettato ai brani e questa è una cosa molto apprezzata. Ahimè poi ci sono purtroppo le situazioni amatoriali (le più diffuse, soprattutto ma non esclusivamente dalle nostre parti) nelle quali accade che il cliente vuole essere presente durante tutta la fase di mixaggio, dettando indicazioni all'engineer che si limita ad "eseguire" anziché crearlo. E' una situazione estremamente diffusa nel mondo non professionale, che sminuisce il lavoro del mixing engineer e sottolinea l'impreparazione dei clienti. E' come se al ritrattista si imponga quali colori e tecniche usare mentre sta dipingendo e ritratto stesso. Verrebbe da dire "allora il ritratto dipingilo tu!", così come nel caso di un mix verrebbe da dire la stessa cosa al cliente, cosa che a volte infatti accade. E' pur vero, però, che il cliente deve conoscere bene il mixing engineer e ne deve apprezzare il lavoro altrimenti è impossibile un rapporto di fiducia. Più di ogni cosa il produttore deve essere culturalmente preparato a farsi stupire dal risultato dei mix: se così non fosse saremmo ridotti ad ascoltare musica poco varia (il che già purtroppo accade) cancellando gli aspetti artistici ed imprevedibili di questa affascinante forma d'arte.

Infine c'è anche l'altro aspetto dell'approccio tecnico al mix stesso che è stato condizionato dalla rivoluzione digitale della fine degli anni '80. La situazione odierna è abbastanza inquietante perché lo scenario usuale nella situazioni poco professionali (e soprattutto "In The Box" ) è quello in cui il mixing engineer (ma in questo caso poco gli si addice questo titolo) inizia il mix senza nemmeno ascoltare l'intero brano, affrettandosi ad applicare un infinito numero di plug-in ad ogni canale come se fosse in uno studio ideale (e per questo inesistente) in cui ci fosse una mostruosa quantità di outboard. Mi accorgo, ascoltando parecchia musica contemporanea, che la tendenza è purtroppo proprio questa anche in situazioni professionali, rendendo la musica "piatta" all'ascolto e dunque noiosa. Fortunatamente poi capita di ascoltare un disco dei Tool (il loro recente "Fear Inoculum" è probabilmente uno dei dischi hard/metal meno compressi degli ultimi tre decenni) o di Bill Frisell e respirare aria sana perché prodotti e mixati da gente che ha molto chiaro il concetto di arte nel proprio lavoro.

Ritengo che non ci siano formule magiche nell'arte del mixing. Ci sono poche regole tecniche da conoscere (davvero poche!) ed il resto è puro gusto che si forma ascoltando tonnellate di musica di ogni genere, considerando che l'atto di ascoltare include tutta una serie di azioni delle quali il semplice ascolto è solo la partenza fondamentale. Attraverso l'ascolto e l'esperienza si costruisce il gusto che è la merce più richiesta nel campo del mixing professionale.

Sono stato estremamente contento di poter mixare in libertà l'ultimo disco del Marco Boccia Trio, prodotto da Kekko Fornarelli. Quest'ultimo è stato in mia compagnia soltanto l'ultimo giorno di mix dandomi soltanto le minime indicazioni per portare a termine il lavoro senza inficiare la mia parte creativa. La sua presenza è stata dovuta al fatto che ancora non ci conosciamo professionalmente e dunque è stata perfettamente lecita. Sono sicuro che in futuro potrò stupirlo in totale libertà.

@kekkofornarelli

@marcoboccia

@internationalsound

@marcurselli

@paolofirulli


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